IL PUGNO DI RENZO – Cos’è?

Il pugno di Renzo, l’idea nasce da un racconto di Primo Levi

il pugno di renzoIl pugno di Renzo è un racconto di Primo Levi, inserito nella raccolta intitolata L’altrui mestiere (Einaudi). Poche pagine in cui lo scrittore insegna un esperimento assolutamente inedito, la “lettura con la lente”. Consiste nel riprendere passaggi di romanzi, possibilmente già letti in precedenza, e rivederli analizzando ogni elemento nei dettagli. Levi prende a esempio un’opera famosissima, I promessi sposi, focalizzando l’attenzione sulla scena in cui Renzo, in una Milano devastata dalla peste, accerchiato da una folla di passanti minacciosi, si fa strada a urtoni e scappa «di galoppo, col pugno in aria, stretto, nocchiuto, pronto per chiunque altro gli fosse venuto tra’ piedi». Ora, è del tutto innaturale correre con il pugno in aria. È antieconomico, anche per pochi passi: si perde molto più tempo di quanto non ne occorra per stringere e sollevare il pugno una seconda volta. (P. Levi, L’altrui mestiere, p. 77).

Il pugno di Renzo tenuto sollevato durante la corsa è decisamente insensato.

Levi era un genio. Eppure, se ci pensiamo bene, questa inverosimiglianza poteva saltare all’occhio di chiunque. Perché il lettore comune non se ne accorge? Accade che noi accettiamo ciò che leggiamo senza riflettere, riponendo una tacita fiducia nell’autore, vuoi per il nome che porta, o semplicemente perché si dà per scontato che in un’opera con dignità di pubblicazione non possano esserci errori. In realtà, non di errori si tratta, ma spesso l’incongruenza è voluta, per rendere una scenografia più efficace, o per motivazioni che sfuggono a un’analisi poco approfondita. Sentiamo ancora Levi: La resa del gesto è precisa, ma il gesto stesso è poco plausibile, enfatico, eccessivo. Ricorda il codice espressivo del cinema muto, che per noi è oggi bizzarro e comico, ma a suo tempo era accettato da tutti; era appunto, un codice, frutto di una convenzione (…) Nell’introduzione ai “Promessi sposi”, Alberto Moravia ha proposto di vedervi un «realismo cattolico» parallelo al «realismo socialista» dei sovietici, e cioè un mestiere letterario egregio asservito a fini di propaganda (…) si direbbe che l’autore sia giunto all’immagine per una via traversa: non passando direttamente dalla rappresentazione alla parola, ma intercalando fra esse una scena recitata da un attore; e, diciamolo pure, da un attore mediocre. (…) Il Manzoni sembra disposto ad ammettere certe soluzioni recitative solo «quando due passioni schiamazzano insieme nel cuor d’un uomo»; ma in quello «schiamazzo» si legge chiara l’avversione cattolico-stoica dell’autore per le passioni di cui il personaggio, pur così amato, è schiavo. (P. Levi, L’altrui mestiere, pp 78-80).

Come da ottima spiegazione, Manzoni non era certo uno da commettere sviste grossolane: le incongruenze hanno uno scopo ben preciso. Per chi fosse interessato ad altre simili curiosità su I promessi sposi e sul metodo di lettura con la lente, consiglio la lettura integrale del racconto di Levi.

Ora, proviamo a spostare la lente dalle pagine dei romanzi a quelle dei quotidiani, o più in generale, a tutta la realtà mediatica. Immaginiamo una lente di ingrandimento gigante che scomponga i dettagli di quello che leggiamo, ascoltiamo, vediamo ogni giorno. Tutto quello che ci scorre sotto gli occhi e la nostra mente immagazzina come dato oggettivo, normale.

Quante incongruenze ci sfuggono, perché per fretta, disattenzione o abitudine le consideriamo scontate? Quanti sfruttano questo nostro atteggiamento naturale fornendo informazioni pilotate ad hoc per ottenere dal fruitore le reazioni volute? E’ un fenomeno che si può facilmente riscontrare nella pubblicità, nessuno pensa invece a cercarlo nell’impostazione dei video dei telegiornali, o nelle immagini sui giornali o nei blog.

   

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