Pubblicazione della sentenza penale di condanna. Cosa resta del fascismo nel Codice Penale Italiano.

pubblicazione della sentenza penale di condanna

Pubblicazione della sentenza penale di condanna: proviamo ad analizzarne il senso.


Il Codice Penale italiano porta ancora la firma del Duce, del suo fedelissimo Rocco, oltre che di Vittorio Emanuele. Allora, chi lo viola è un criminale o un antifascista?

Lasciamo da parte l’ironia facile, che comunque sorge spontanea, iniziamo col sottolineare il fatto che questa è una particolarità abbastanza offensiva per un Paese che vuol definirsi civile. Ed è strano che nessuno tra gli emeriti studiosi di Giurisprudenza e Legge, tra le molte parole fatte, l’abbia mai messo in evidenza.

Chiariamo anzitutto che nel corso del tempo, e per fortuna, al testo originale sono state apportate diverse modifiche, di cui la più sostanziale è l’abolizione della pena di morte. Inoltre, i cambiamenti più significativi per ciò che riguarda l’amministrazione della Giustizia, li dobbiamo al rifacimento di un altro Codice, quello di Procedura Penale, avvenuto nel 1989. Il Codice Penale invece è rimasto quello di epoca fascista, e navigando tra articoli e commi, traducendo il burocratese, troviamo echi e rimandi a quel periodo storico, al partito unico e al suo fondatore, Mussolini.

Ora, articolo dopo articolo, analizziamo e vi mostriamo i retaggi fascisti del Codice Penale italiano.

Iniziamo dall’art. 36 C.P. Pubblicazione della sentenza penale di condanna

Art. 36 Pubblicazione della sentenza penale di condanna
La sentenza di condanna all’ergastolo è pubblicata mediante affissione nel Comune ove è stata pronunciata, in quello ove il delitto fu commesso, e in quello ove il condannato aveva l’ultima residenza. 
[…]
La pubblicazione è fatta per estratto, salvo che il giudice disponga la pubblicazione per intero; essa è eseguita d’ufficio e a spese del condannato.
La legge determina gli altri casi nei quali la sentenza di condanna deve essere pubblicata. In tali casi la pubblicazione ha luogo nei modi stabiliti nei due capoversi precedenti.

Ora, gli “altri casi” sono piuttosto numerosi e riguardano molte volte reati non gravi, o comunque che non apportano offesa grave alla persona. Questo sito è contrario alla pratica della pubblicazione della sentenza penale di condanna, quindi non vi aiuteremo indicandovi dove dette pubblicazioni si trovano, a tal fine anche un estratto dell’articolo è stato omesso.
pubblicazione della sentenza penale di condanna

A che serve, in concreto, suddetta pena accessoria? Ci spingiamo a rispondere a nulla, se non a soddisfare la curiosità morbosa, o la sete di vendetta, o il pubblico dileggio. O per intimorire, un po’ come le pubbliche impiccagioni, che dovevano spaventare la folla e di fatto la divertivano. Certo, la pubblicazione della sentenza penale di condanna non va a risarcire nessuno, né pone un rimedio al danno recato. È la gogna, tipica di ogni regime: il popolo si consola dileggiando chi viene preso in errore.

Il Casellario Giudiziario pone un problema identico. Si fa tanto parlare di “pena rieducativa” e “riabilitazione”, ma entrambi i concetti si rivelano nulli di fronte all’iscrizione della pena a vita. Una volta pagato e risarcito il danno, la questione si chiude; se davvero si punta al reinserimento, ci deve essere una fine: il trascorso di chiunque dovrebbe essere visibile solo alle forze dell’ordine. Il marchio a fuoco non può portare che alla recidiva. Questo, ovviamente, se si desiderano giustizia e sicurezza, se si cerca la vendetta perpetua, forse una bella lettera scarlatta sarebbe più onesta e farebbe risparmiare in burocrazia.

Elisa Rolfo

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